lunedì 23 aprile 2018
La briciola e il passerotto
Il passerotto sopra il davanzale
vede una briciola e già ci sta male
tanta la fame ma deve volare
non può permettersi quel desinare
giacché ogni cibo per lui è zavorra
che lievita in corpo e lo schiaccia a terra
l'aria sottile il suo peso non regge
neanche aiutandolo con le scoregge.
Ma un frullo d'ali si fa sforzo immane
quando l'inedia è quel che rimane
in una giornata dove il digiuno
è al tempo stesso legge e sanzione.
Non c'è via d'uscita dal paradosso.
Se non forse un verme, ma bello grosso.
La breve storia dell'efemera, o mosca di maggio
Che creatura fortunata
una vita già segnata
giusto un'ora di durata
nata con una scadenza
talmente ravvicinata
senza alcuna insofferenza
vive proprio alla giornata:
se piove si bagna
col sole s'abbronza
al vento svolazza
certo non si lagna
neppure s'incazza
seppure potrebbe.
Ma a che servirebbe?
In quel breve intervallo
solo ciò che è essenziale:
un corso di ballo
non causare alcun male
bando al malumore
se si può, far l'amore
altrimenti astinenza
e se proprio va storta
porta un po' di pazienza
ed è subito morta.
Ma l'efemera in fondo
mentre si va spegnendo
una cosa l'ha intuita
alla fine ogni vita
è soltanto memoria.
E questa è la sua storia.
lunedì 12 marzo 2018
Povera lucertolina
Povera
lucertolina
tanto freddo la
mattina
poi le va ancora
peggio
trema tutto il
pomeriggio
e la notte pare
eterna
è un inverno che
non sverna.
Per scaldarsi un
po’ le ossa
ha tentato ogni
mossa:
ci provò con
guanti e sciarpe
indossò calzini e
scarpe
un maglione o due
di lana
qualche scialle e una
sottana
azzardò un corso
di ballo
ma il maestro era
un cavallo
coppia un po’
male assortita
tanto che rischiò
la vita.
Si comprò un
termosifone
solo un’altra
delusione
lì sdraiata su
quel coso
permanentemente
acceso
alla fine s’è
sentita
tanto arrosto che
bollita
finché smise, fu
costretta
quando lesse la
bolletta.
Sotto il sole
tropicale
non ci stava
tanto male
ma il benessere s'azzera
terminata la
crociera.
Così tutta
anchilosata
lei trascorre la
giornata
proprio no, non
lo capisce
il perché
rabbrividisce:
il suo cuore ormai
è gelato
mai nessuno l’ha
scaldato
ma per sciogliere
quel ghiaccio
basterebbe un solo
abbraccio.
[a M]
lunedì 18 dicembre 2017
L’assolo dell’assiolo
L’assiolo
solitario
teneva un diario
“Iernotte su un ramo
cantai a lungo: ti amo”.
A rileggerlo il
testo
all'incirca è questo:
ogni rigo un ti amo
dichiarato da un
ramo
non è invece mai scritto
chi ne fosse
l’oggetto
se costante oppur
vario
come destinatario
è purtroppo accertato
che mai fu
ricambiato
terminato ogni
assolo
nel silenzio del
cielo
era solo
l’assiolo
e più mesto il
suo volo
verso il nido deserto
finché un giorno
è morto.
Ma il suo chiù d’amore
che ha porto alle
genti
quello no che non
muore.
Ora ascolta: lo
senti?
martedì 10 ottobre 2017
Sbadato paguro
Sbadato paguro
uscito dal guscio
non è mai sicuro
d'aver chiuso l'uscio.
In caso abbia chiuso
la cosa è assai grave
è tanto confuso
che ha perso la chiave.
E in un mondo duro
se l'uscio è accostato
un altro paguro
quel guscio ha occupato.
Così in ogni caso
è questo che è in gioco:
uscire di casa
per lui è un trasloco.
domenica 1 ottobre 2017
L’ameba non sa amare
L’ameba non sa
amare
poiché è senza
cuore
ma non si può
incolpare:
è unicellulare.
Eppure non s’arrende
ritenta, si
confonde
finché di
quell’amore
almeno ha un
sentore.
Quell’esile fusione
coll’anima gemella
è la sua redenzione
che al mondo l’affratella.
Pavido coniglio
Quel pavido
coniglio
che fugge a
perdifiato
a un suono di
sbadiglio
o di passo felpato
non vada esecrato
per la sua codardia,
o se è preoccupato
tanto da scappar
via.
Ha ottime ragioni
che pochi però
sanno
oscure vibrazioni
lo mandano in
affanno
ciò che nell’universo
è fonte di scompiglio
per un fato
perverso
allarma il coniglio
poiché con quelle
orecchie
che paiono due
antenne
lui capta onde
vecchie
miliardi e più di
anni
da una galassia all’altra
nel vuoto siderale
quel frastuono s’inoltra
come luce solare
fondono buchi neri
brillano supernove
cataclismi stellari
per lui son batticuore
a ogni increspatura
del nostro
spazio-tempo
trema per la paura
che non vi sia più
scampo
così quando ha
avvertito
il big-bang
primordiale
ha perso anche l’udito
finendo all'ospedale,
Per lui la via d’uscita
è forse l’entropia
spegnendo stelle e
vita
quel caos porterà
via.
domenica 15 maggio 2016
Il diamante magico
(una storia improvvisata assieme un secolo fa e saltata fuori da un arcaico hard disk)
C’era una volta un
castello nel quale vivevano un principe e una principessa che volevano
possedere un diamante magico per esaudire tutti i loro desideri. Ma che cosa
desideravano il principe e la principessa? La principessa, che odiava fare le
pulizie, desiderava una magia che tenesse il castello sempre in ordine, pulito
e risplendente come uno specchio. Il principe invece desiderava un quaderno nel
quale fossero scritte tutte le parole e le poesie d’amore che non riusciva
neppure a pensare.
Un
giorno arrivò al castello un contadino che vendeva diamanti magici. Li aveva
trovati nel suo campo di patate e non sapeva che farsene, perché lui aveva già
tutto quello che gli serviva: una bella moglie, un bel somaro, una bella dispensa
piena di cose buone da mangiare, soprattutto fagioli, e tre bei figlioli che lo
facevano diventare matto da tanto che erano scatenati.
Il
principe e la principessa naturalmente ne comprano un bel po’. E funzionavano!!!
Il castello era sempre in ordine, i pavimenti splendenti come vassoi d’argento.
E il principe riempiva quaderni su quaderni di poesie e di frasi d’amore che
facevano innamorare tutte le fanciulle cui lui le leggeva. Anche il contadino
era felice, perché con i soldi poté finalmente comprarsi una crema depilatoria
per eliminare i peli del naso, che aveva sempre desiderato – non i peli, ma toglierseli
senza farsi troppo male.
Un
giorno arrivò al castello una fatina. Il principe le chiese una penna per
scrivere frasi d’amore ancora più belle. Ma la fatina rispose: devi dirmi prima
la parola magica: “pupupupu papapapa pepepepe lalalala sisisi non so quello che
si fa e lalllallerolallallà”. E il principe ripeté tutta la parola magica e in
cambio ricevette la meravigliosa penna. La principessa disse allora alla
fatina: “io vorrei invece che tutto il castello risplendesse tutta la notte di
luce magica come se ci fosse sempre una grande festa da ballo”. E la fatina
rispose: “Però dovrai dire la parola magica, che è ‘fiorifiofiori stelle più
stelle lune che siete belle splendenti babbo natale viene di notte soltanto
quando porta un regalino ma se tu vuoi la luce magica dillo a me che sono la
fatina’”. Allora la principessa ripeté la parola magica e il castello subito
risplendette di luce magica. E la luce magica arrivava talmente lontano che
giunsero da tutto il regno cavalli e cavalieri, muli e mulattieri, conti e
contadini, maiali e maialini, ostriche e orchestrali, e ballarono la samba e il
tango tutta la notte, e il principe fece innamorare tutte le ragazze, e la
principessa fece innamorare tutti i ragazzi, e alla fine non si sposarono ma
vissero lo stesso per sempre felici e contenti, anche se senza più denti.
Scusate, ma la storia non è ancora finita. Perché indovinate un po’ chi l’ha
scritta questa storia? L’ha scritta la penna magica……. con l’aiuto di viola e
alberto
La storia della sirena che non sapeva nuotare come i pesci
(ripescata casualmente da un antico hard disk e da un vecchissimo racconto serale "su ordinazione")
C’era una volta una
sirena che si chiamava Stellamarina. Questa povera sirena non sapeva nuotare
come i pesci, perché quando era piccola un pesce gatto le aveva morso la coda,
e da allora la poverina non riusciva più a nuotare bene. Le sue amiche sirene cercavano
di insegnarle come si fa, anche con una coda un po’ smangiucchiata, ma lei
proprio non ci riusciva.
Un giorno una
fatina, di nome Dispettina, scese giù nel mare per farsi una bella nuotatina.
Stellamarina, tutta curiosa, incontrò Dispettina e le disse: “Per favore,
fatina, puoi aiutarmi e fare sì che io possa nuotare come i pesci….”. La fatina
Dispettina,, che si chiamava così perché era un po’ dispettosetta, le rispose:
“Io ti potrei aiutare, ma tu mi devi dire la parola magica” “E qual è?”, chiese
speranzosa Stellamarina. “Se vuoi conoscerla, disse la fatina Dispettina, devi
superare una prova. Dovrai incontrare un meraviglioso principe, tutto vestito
di velluto azzurro e con le mutande rosse a pallini bianchi, e dirgli che io lo
amo…. Se anche lui mi amerà, allora io ti rivelerò la parola magica che ti farà
ricrescere una coda lunga, lunga, lunga come quella che avevi”.
Stellamarina andò
allora in direzione del castello dove viveva il famoso principe azzurro colle
mutande rosse a pallini bianchi. Risalì il fiume, nuotando sempre colla testa
fuori dall’acqua, e alla fine giunse nelle acque del fossato che circondavano
il castello. Alla mattina, quando il principe di affacciò dalla finestra della
sua cameretta, vide nuotare nel fossato una stupenda fanciulla: era
Stellamarina. Si tolse il pigiama, e con le sue mutande rosse a pallini bianchi
si buttò con un meraviglioso tuffo ad angelo nelle acque del fossato.
Come si divertirono
quei due!!! Nuotarono, si schizzarono, si lanciarono ranocchie, e alla fine
esausti si misero a nuotare sul dorso. Solo allora il principe azzurro colle
mutande rosse a pallini bianchi si accorse che quella che aveva creduto una
fanciulla in realtà era una bellissima sirena. La sirena intanto aveva smesso
di divertirsi ed era molto preoccupata, perché il fossato era pieno di pesci-gatto
e lei aveva paura che le mangiucchiassero ancora la coda. Anche il principe non
sapeva bene cosa fare, perché di sirene non ne aveva incontrate molte, anzi
quella era la prima, e non capiva se doveva chiedere la sua mano o invece
chiamare il cuoco del castello per farsela cucinare, perché lui adorava il
pesce arrosto. Solo allora Stellamarina si ricordò perché aveva cercato il
principe: “Senti principe, è stato bello giocare con te, ma la ragione per cui
sono qui da te è che dovrei convincerti ad amare una fatina un po’ dispettosa,
in modo da convincerla a dirmi la parola magica che mi farà ricrescere la
coda..” “Ma che sciocchezza, disse il principe, tu non hai bisogno di nessuna
parola magica, visto che sai già nuotare benissimo anche con la coda
mangiucchiata, e io non posso innamorarmi di nessuna fatina, perché a me serve
una bella moglie in carne ed ossa, che mi dia almeno quattordici figli e faccia
sempre tutto quello che voglio….” Allora Stellamarina si accorse che sotto
quelle mutande rosse a pallini bianchi c’era un principe davvero stupidotto, e
se ne nuotò di nuovo fino al mare. Quando raccontò alla fatina quello che il
principe aveva detto lei si arrabbiò così tanto che trasformò il principe
azzurro in principe marrone, e marroni diventarono anche le sue mutande, per
cause naturali….
Per ricompensare Stellamarina dei suoi sforzi Dispettina le rivelò comunque la formula magica: “Ricorda bene, Stellamarina, è una frase potentissima, perché ogni volta che la pronuncerai non solo potrai nuotare come un pesce, ma potrai ottenere tutto quello
che vuoi. La formula magica è ‘io ci posso riuscire, se ce la metto tutta’. Ripetila
una, due, dieci, cento, mille volte se necessario, e vedrai che ci riuscirai…”
E Stellamarina, provando a nuotare come un pesce, cominciò a ripetersi “io ci
posso riuscire, se ce la metto tutta’, e lo ripeté tante di quelle volte e si impegnò
così tanto che alla fine ci riuscì davvero, e tutte le sue amiche sirene la
salutarono con un grandissimo abbraccio mentre facevano capriole in fondo al mare.
mercoledì 10 giugno 2015
Il viaggiatore
Il bambino guarda
l’alieno con stessa curiosità di un delfino che osservi una candela o una
farfalla. Il sonno è passato completamente. Non è impaurito proprio per nulla,
anche se ha letto tante di quelle storie di alieni armati di raggi mortali che
cercano di conquistare il nostro pianeta incenerendo tutto quello che capita loro
a tiro. Questo alieno non sembra in grado di invadere neppure un asilo nido, i
lattanti lo metterebbero in fuga a colpi di ciuccio, e se distrugge qualcosa
probabilmente sarà un oggetto che cade a terra mentre lo maneggia con le sue
lunghissime dita affusolate. Come il bicchiere che ha appena afferrato.
-
Forse
è meglio se lasci stare quel bicchiere – dice il bambino
-
Quale
bicchiere? – domanda l’alieno, e proprio mentre cerca di sollevarlo per
portarselo verso la testa quello badabang! cade in terra frantumandosi in mille
pezzi con un tonfo sordo – Scusa, credo di aver rovinato il tuo cannocchiale…
-
Non è
un cannocchiale, era un bicchiere.
-
A
cosa serve un bicchiere? Per guardare le cose lontane facendole sembrare vicine?
-
Quello
è un cannocchiale.
-
Allora
avevo ragione, è un cannocchiale.
-
No
quello non era un cannocchiale. Non ti fa vedere vicine le cose lontane.
-
Hai
mai provato?
-
No,
certo che no.
-
E
allora come fai a sapere che non è un cannocchiale?
-
Perché…
perché… Mi sento un po’ confuso. Ma quello è un bicchiere. Serve per bere.
Acqua, succo di frutta, latte. Nel mio a volte sciolgono anche le medicine.
-
Cosa
sono le medicine? – chiede ancora l’alieno, che non sembra avere molta pratica
con le faccende di questa terra, ma molta buona volontà di capirne qualcosa.
-
Non
so di preciso. So soltanto che non posso vivere senza. E che a volte certe
medicine servono per evitare che le altre medicine facciano male. E poi devi
prendere altre medicine per quelle che prendi contro le altre. E alla fine
prendi medicine per curare le medicine.
-
Non
ho capito.
-
Neppure
io. Ma vorrei anch’io chiederti qualcosa. Perché hai scelto di scendere proprio
su questo pianeta?
-
Veramente
fluttuavo nello spazio quando ho visto dallo specchietto retrovisore che il
vostro pianeta mi stava piombando addosso a
velocitò stratosferica.[1]
Non avete neppure suonato il clacson. O per essere precisi in quel preciso
istante ne stavano suonando circa 11 milioni ottocentisessantasettemilaquattrocentoundici.
Ma nessuno era rivolto a me. Per vostra fortuna sono un guidatore prudente, ho
frenato atterrando dolcemente qua sopra. Stavo proprio cercando un pianeta dove
riposarmi un poco. Sai dov’è una spiaggia?
-
Vuoi
andare al mare? Ora capisco perché indossi il costume. E l’asciugamano. Sei venuto
qua in vacanza, allora.
-
E’
questa la mia missione. Sto girando questo brandello della vostra galassia a
caccia di sabbia e onde d’acqua salata. Mi sono utili perché sono uno
scienziato. Devo ricercare la spiegazione delle relazioni tra le particelle elementari
che danno forma all’universo. Si sa appunto che somiglia a un gigantesco mollusco
ripiegato nella sua conchiglia. E lo spazio e il tempo sono il prodotto della
schiuma ondeggiante di microscopiche unità elementari. E dove si trovano i
molluschi? Dov’è che i cavalloni si rovesciano in schiuma? Al mare. Allora se
vuoi capire l’universo è necessario andare sulla spiaggia. O magari su uno
scoglio. Certo, mi piace anche costruire castelli di sabbia. E le piste per le
biglie. E tuffarmi e nuotare inventandomi uno stile a seconda del mio
sentimento: posso nuotare a suino disperato, a pendolo agitato, a pollo
disossato, a fagiolo, a piovra anemica, a uovo. Pensa che nel mio pianeta ci
sono milioni di mari, ma sono piccolissimi, somigliano a tante bacinelle per i
piedi. In compenso sono profondissimi, ma minuscoli che se ti immergi rischi di
restare incastrato. Una volta non ho resistito, mi sono tuffato di testa… e non
c’era più modo di girarmi per uscire. Per fortuna mi hanno afferrato e tirato
fuori per i piedi. Così ho imparato una lezione importantissima.
Segue un
lungo silenzio, mentre l’alieno osserva interessato il monitor spento della
televisione e alla fine soffia via la polvere. Poi conta le sbarre di metallo in
fondo del letto. Poi s’incanta davanti alla sua immagine riflessa dal vetro scuro
della finestra. Poi cerca di afferrare con le sue lunghissime dita il
pulviscolo che ondeggia nell’aria illuminato dalla lampada accesa. Poi… poi il
bambino che non ha mai smesso seguirlo con lo sguardo non resiste più e
domanda:
-
Quale
lezione?
-
Lezione?
Ah già. L’ho dimenticata tanto tempo fa. Ricordo che c’era una lezione, però.
[1] Per amor di precisione a 29,839 chilometri
al secondo. Per fortuna in quel momento l’autovelox spaziale non era in funzione.
domenica 29 marzo 2015
un po' di indovinelli sparsi
|
Se lo perdi non lo cerchi, se lo trovi l’avevi già
-
Tocca
a te adesso – dice l’alieno – sono tutto orecchie, ma solo per modo di dire.
Hai notato che ne sono privo? Almeno di orecchie funzionanti. Quelle che vedi
ai lati della testa sono soltanto per bellezza, mi fanno fare bella figura
nella stagione degli accoppiamenti. Posso ascoltare i rumori solo percependo le
vibrazioni della materia. E le tue labbra che parlano. E poi mi aiutano le onde
dell’aria, le avverto con la pelle delle mani…
-
L’indovinello
è questo – taglia corto il bambino – Quando
lo perdi non lo cerchi, quando lo trovi l’avevi già. Non tirare a caso per
cercare la soluzione, però. Se no non è divertente, devi sforzarti di pensare
alla risposta.
-
Accidenti.
Questo è difficile – mormora l’alieno tra sé e sé. – Dunque, vediamo. Quando
incontro un dilemma e non so come affrontarlo sai cosa faccio di solito? Mi
concentro e ascolto le vibrazioni della mia anima. Ho fatto lo stesso quando mi
sono imbattuto nei cacciatori di teste sulla quarta luna del pianeta Gotom,
nella galassia UCY-323. A modo loro sono stati gentili. Mi hanno chiesto se
potevano per cortesia prelevare la mia testa dal resto del corpo, poi me
l’avrebbero restituita. Se non avessi dato ascolto alle pulsazioni del cuore forse
adesso la mia testolina imbalsamata ciondolerebbe come un ninnolo da uno dei
loro sedici colli. E l’abbellirebbe parecchio, te l’assicuro. Non solo perché è
una gran bella testa, ma perché i cacciatori di teste di Gotom sono davvero
molto, molto, molto brutti. E siccome hanno sedici teste ciascuno, è una
bruttezza moltiplicata sedici. Però per loro non è affatto un problema, anzi.
Organizzano concorsi di bruttezza, addirittura. Ma torniamo all’indovinello…
-
Aspetta
aspetta – lo interrompe il bambino – come sei sfuggito ai cacciatori di teste?
-
Facile
– dice l’alieno mentre si gratta la testa – l’anima m’ha urlato nelle orecchie
di scappare a gambe levate. Mentre loro cercavano di fermarmi sputandomi
addosso, perché è questo il loro modo di cacciare, hanno una saliva
appiccicosissima che immobilizza le prede, mi sono precipitato dentro l’astronave
e ho dato tanta energia ai motori che poco c’è mancato finissi dentro a un buco
nero.
-
Ma il
bambino non è convinto. – Penso che mi stai prendendo in giro. Quale cacciatore
se ne va in giro sputacchiando? E poi solo gli esseri umano hanno l’anima. Almeno
credo, o mi hanno fatto credere. Io ce l’ho, ma non so cosa sia. Mamma mia, è
complicato, detto così sembra un indovinello…
-
Sarebbe
un indovinello bellissimo! – esclama l’alieno – Tutti ce l’hanno anche quando non lo sanno: cos’è? L’anima! In
realtà tutto ha un’anima. Però puoi sentirla solo se chiudi gli occhi e apri il
cuore – ah, il cuore va aperto ma poi richiuso, non scordartelo, all’incirca
ottanta volte al minuto, se no smette di battere e patatrac. Potrai accorgerti
che ogni granello di sabbia, ogni goccia d’acqua, ogni miserabile lombrico,
ogni molecola di anidride solforosa e perossido di zinco, ogni cometa, ogni galassia
di questo e di tutti gli altri universi ha un’anima. C’è un’energia nascosta a congiungere
tutto quello che esiste, unisce con legami invisibili materia e anima. So che
voi uomini avete provato a chiamarla in tanti modi diversi. A questo servono le
leggi della fisica. Gli scienziati non lo sanno ma con tutti i loro sforzi tentano
solo – e come sono goffi! – di misurare l’ampiezza e la potenza di questa
vibrazione universale, e neppure la riconoscono, per questo le danno nomi bizzarri.
Forza di gravitazione, ad esempio. L’hanno trasformata in legge, con una
formula bellissima. Ogni corpo attrae ogni altro corpo tanto più intensamente
quanto più sono grossi e vicinissimi. Forse è’ per questo che alcune persone
mangiano troppo e male. Vogliono ingrassare a dismisura. Perché si sentono sole.
E sperano così di avvicinare gli altri con la loro irresistibile forza
gravitazionale, di farli ruotare attorno a sé come satelliti. Ma poi un signore
di nome Albert coi capelli ritti da scienziato pazzo scopre che anche il tempo
e lo spazio sono incatenati tra loro. E allora la pulsazione del tempo rallenta
quando ci si avvicina a un grande peso, come quello del buco nero in cui stavo
per precipitare, o di un pancione pieno che attrae panini e salsicce. O quando
si corre velocissimi per inseguire il bagliore delle stelle, come ho fatto io
con la mia astronave. Se catturi la luce fermi il tempo: lo sapevi? Il TEMPO!
E’ questa la risposta all’indovinello, giusto? Meno male che ho trovato il
tempo di risolverlo.
-
Giusto,
sei arrivato alla soluzione, magari l’hai presa un po’ larga... – ammette il
bambino a malincuore. Era divertente ascoltare le divagazioni dell’alieno.
L’alieno che viene da lontano
Il bambino che
non ha un briciolo di paura fissa l’alieno a bocca aperta. Anche l’alieno guarda
il bambino, i suoi occhi sono fissi come quelli di un pesce in un acquario, il
suo sguardo sembra provenire da un’altra dimensione. Per un attimo l’alieno si
volta indietro e osserva curioso le infermiere che hanno ripreso a parlare
sottovoce appoggiate ad una porta, proprio in fondo al corridoio.
-
Chi
sei? – domanda il bambino.
-
Questa
è la domanda più difficile che mi abbiano mai fatto – risponde l’alieno.
-
Da
dove vieni? – insiste il bambino
-
No,
mi correggo. Questa è la domanda più difficile che mi abbiano mai fatto –
risponde l’alieno
-
Non
capisco – dice il bambino – mi sembrano domande semplicissime. Quando ti
domandano chi sei rispondi col tuo nome. Io ad esempio mi chiamo…
-
Capita
spesso che ti chiami da solo?
-
No,
in effetti non mi chiamo mai da solo, sembrerei uno scemo. Sono gli altri che
mi chiamano – riflette il bambino.
-
E
perché ti chiamano così?
-
Perché
è il mio nome.
-
Perché
hai scelto proprio quel nome?
-
Non
l’ho scelto io.
-
Aspetta
allora, dimmi se ho capito bene: tu sei il tuo nome che è la parola con cui ti
chiami ma in realtà non sei tu visto che tu non ti chiami, sono gli altri che
ti chiamano, quelli che hanno scelto il tuo nome. Quindi tu sei quello che gli
altri hanno deciso tu sia. Giusto? – conclude soddisfatto l’alieno con un
sorriso trionfante che andava da un orecchio all’altro. O forse era un orecchio
che sorrideva da una bocca all’altra.
-
Sì.
Cioè no. Non lo so più. Ma tu chi sei invece? Non ci credo che non lo sai.
-
Ho
detto solo che era una domanda difficile, mica che non so la risposta. Solo che
di risposte ce ne sono tante.
-
Ma tu
sei uno solo, ci deve essere una sola risposta alla domanda “chi sei?”
-
Davvero
sulla terra è tutto così semplice? – risponde l’alieno.
-
No,
sulla terra è tutto molto complicato. Ma almeno noi terrestri sappiamo cosa
rispondere a domande come chi sei e da dove vieni
-
Sapete
rispondere. Ma non è detto che quella che date sia la risposta giusta.
-
Forse
hai ragione – riflette il bambino - Tu come risponderesti allora?
-
Io
chimicamente sono ossigeno, carbonio, idrogeno, calcio, azoto, rame, da cui
proviene il mio sgargiante color ramarro, e poi fosforo, zolfo, cloro,
potassio, sodio, fluoro, ferro, iodio, zinco e tracce di manganese cromo e
nichel. Io biologicamente sono acqua più o meno per due terzi, e poi grassi
proteine zuccheri e sali minerali. Io ereditariamente sono il prodotto di una
catena di informazioni che finora è stata trasmessa
ottocentoquattordicimilanovecentosettantuno volte di generazione in generazione
su come combinare quegli ingredienti nel minestrone della cellule che
compongono la mia incantevole entità. Io nominalmente sono quello che decido di
essere. Mi chiamo come voglio, non come vogliono gli altri. Con te adesso credo
che vorrò chiamarmi Alieno. E’ così che mi vedi, allora puoi chiamarmi così.
-
Va
bene, sei un alieno. Anzi l’Alieno. Ma non hai risposto all’altra domanda. Da
dove vieni?
-
Dipende
dal sistema di riferimento dal quale consideri mio spostamento. Vengo dal
corridoio di questo ospedale. Vengo dal tetto di questo edificio. Vengo dalla cabina
di pilotaggio della mia astronave. Vengo da un periodo in cui digerisco molto male e sento un
formicolio alla testa e un peso al cuore. Vengo da un grandissimo amore non
corrisposto. Vengo dal corridoio spazio-temporale che si è aperto grazie al
collasso della massa oscura che circonda la galassia TTNC-614. Vengo da….
-
Credo
di aver capito. Vieni da molto lontano.
L’atterraggio
Il bambino non riesce ad addormentarsi, anche se muore di sonno. Le
macchine intorno a lui ronzano dolcemente, come un alveare. Niente miele, però,
peccato. Dal corridoio una luce bianca disegna il riquadro della porta e il
riflesso sul pavimento regala spessore agli oggetti che riposano con lui nella
stanza. Ogni tanto un bisbiglio d’infermiere, come acqua che scorre. Quando
ridono piano invece sembrano colombe. Il bambino non ha paura di niente, mentre
tutti intorno a lui sembrano spaventati.
Poi d’improvviso un sibilo che sale, finché un rumore assordante fa tremare
tutti i vetri, in un fracasso di mille pentole sbattute in terra da un gigante
affamato: vibra tanto il letto che si mette a ballare per la stanza, e le luci
di tutte le macchine lampeggiano impazzite rosso-verde-bianco-giallo-blu come
decorazioni di un albero di Natale…
Cosa sta succedendo? – si chiede un po’ allarmato il bambino, che però non
riesce proprio ad avere paura. Ed è allora che scorge l’astronave fuori dalla
finestra. Simile a un drago manda bagliori di fuoco, sbuffa vapore come un
forno incandescente d’acciaieria mentre si posa goffamente a terra con le sua mille
braccia meccaniche. Il bambino s’immagina che accorrano tutti, polizia carabinieri
e vigili del fuoco, aspetta solo il rumore assordante delle sirene. Ma nessuno
sembra accorgersi di nulla oltre a lui, non accade nient’altro e il fragore si
placa poco a poco, fino a quando il suo mondo ritorna silenzioso come prima. Che
abbia sognato tutto? pensa il bambino. Anche le infermiere non parlano più.
Tutto silenzioso? Clippiti cloppiti clippiti cloppiti…. un suono come di
ciabattine che si avvicinano nel corridoio, sempre di più… clippiti cloppiti…
il bambino gira la testa verso la porta, incuriosito ma certo non spaventato, e
finalmente appare sulla porta….
Clippiti cloppiti – dice l’alieno. Ha un testa enorme e calva ed è alto
quanto una speranza – quindi a momenti microscopico, a tratti pare un colosso.
In quel preciso istante misura esattamente come cinque gatti uno sopra l’altro,
ammesso che qualcuno li convinca a mettersi in colonna. E’ quella la statura con
cui il bambino lo vedrà da allora in poi. Indossa quello che sembra un costume
da bagno scarlatto che spicca sulla sua pelle color ramarro, ha un asciugamano
da spiaggia sottobraccio, e calza due ciabattine che fanno anche loro clippiti
cloppiti quando cammina.
-
Come
hai detto? – domanda il bambino.
-
Clippiti
– ripete l’alieno.
-
Cloppiti
– conclude il bambino.
E’ così che è nata la loro amicizia.
domenica 14 settembre 2014
Indovina indovinello
Indovina indovinello
non è questo e non è quello
se il suo suono si diffonde
è perché ci son le onde
onde lunghe, medie, corte
fanno un suono lieve o forte
per poterlo ascoltare
mica devi andare al mare!
Clicca qui per avere la soluzione dell'indovinello
non è questo e non è quello
se il suo suono si diffonde
è perché ci son le onde
onde lunghe, medie, corte
fanno un suono lieve o forte
per poterlo ascoltare
mica devi andare al mare!
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venerdì 8 agosto 2014
Indovina indovinello
Indovina indovinello
non è questo e non è quello
gira gira la lancetta
pensa bene, senza fretta
tanto il tempo non è la chiave
lo è qualcosa di più grave...
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Indovina indovinello....
Indovina indovinello
non è questo e non è quello
nel suo nome c'è un sentore
che ricorda il buonumore
che ricorda il buonumore
perché faccia questo effetto
non importa che sia cotto
cucinato a menadito
fatto in bianco oppur condito
non lo devi masticare
ma soltanto... pronunciarecucinato a menadito
fatto in bianco oppur condito
non lo devi masticare
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Indovina indovinello...
Indovina indovinello
non è questo e non è quello
è un bugiardo, ve lo giuro
mente sempre, son sicuro
se il suo nome dicesse il vero
oramai sarebbe in cielo
ma se manca una sua dose
sembran stupide le cose...
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lunedì 12 maggio 2014
Indovina indovinello....
Indovina indovinello
non è questo e non è quello
ha un bel collo, un collo stretto
ma non porta cravatta, né colletto
e se qualcuno ha sete - allora son dolori
perché l'acqua non la beve, ma la sputa fuori!
Clicca qui per scoprire la soluzione
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martedì 6 marzo 2012
La giostra invisibile (di Lorenzo e Alberto). Racconto da 1 minuto
Un altro racconto ripescato per caso, di tanti anni fa.
C'era una volta un bimbo che voleva andare su una giostra invisibile. "In questo modo, pensava, potrò starci tutto il tempo che vorrò, perché nessuno se ne accorgerà". Ma la mamma gli spiegò che non poteva andare su una giostra invisibile, proprio perché era invisibile, e dunque anche se esisteva non sarebbe mai riuscito a trovarla. Allora il bimbo si mise a girare per la città in cerca di un mago. Finalmente lo trovò, nascosto dietro un cespuglio (stava facendo la cacca, naturalmente cacca magica). Quando uscì dal cespuglio il bimbo gli chiese: "Caro Mago, potresti darmi una pozione magica per vedere le cose invisibili?" "Certo bimbo, eccola qua", disse il mago, che lo aveva preso in simpatia, porgendogli una boccetta con dentro una specie di aranciata. Il bimbo si bevve la pozione tutta d'un fiato, e la prima cosa che vide fu proprio una giostra meravigliosa che stava lì, davanti ai suoi occhi, ma prima non poteva vederla.
Però era rotta. Che fregatura!!!
Il principe dei puzzi (di Lorenzo e Alberto). Un racconto da 2 minuti
[una storia di tanti anni fa, ripescata per caso...]
C'era una volta un principe che non sopportava nessun tipo di puzzo. Odiava il puzzo di aglio e di cipolla, non sopportava il puzzo di piedi, ma il puzzo peggiore per lui era il puzzo di puzzetta. Allora proibì a tutti gli abitanti del suo regno di fare qualsiasi puzzo. Che tragedia per i suoi poveri sudditi!! Dovevano lavarsi i piedi quaranta volte al giorno, dovevano cucinare evitando qualsiasi soffritto, e soprattutto non dovevano fare nessunissimo rumorino dal di dietro. Le trattenevano tutto il giorno, alla sera rischiavano di scoppiare!!! Però il principe era tutto contento, e tutti i giorni le sue guardie giravano per le strade del regno annusando l'aria e portando in prigione tutti quelli che producevano odori non consentiti. Finché una notte, mentre dormiva, il principe fu svegliato di soprassalto da un rumore terrificante: era una scoreggia potentissima come un tuono, così forte che scoperchiò il tetto del castello!!! Arrabbiatissimo, ancora in pigiama, scese urlando per le strade: "Chi è stato? Voglio sapere chi è stato!!!!" Le sue guardie controllarono tutti gli abitanti uno a uno, me nessuno puzzava. Allora un servitore gli si avvicinò e tremando di paura bisbigliò: "Veramente, Altezza, l'unico che sembra puzzare è il vostro sedere regale". Allora il principe capì che era stato proprio lui a scoreggiare mentre dormiva, e si vergognò talmente tanto che tolse il divieto di puzzo. Da quel giorno, quel paese cominciò a puzzare talmente tanto che fu conosciuto in tutto il mondo come il regno del gorgonzola.
C'era una volta un principe che non sopportava nessun tipo di puzzo. Odiava il puzzo di aglio e di cipolla, non sopportava il puzzo di piedi, ma il puzzo peggiore per lui era il puzzo di puzzetta. Allora proibì a tutti gli abitanti del suo regno di fare qualsiasi puzzo. Che tragedia per i suoi poveri sudditi!! Dovevano lavarsi i piedi quaranta volte al giorno, dovevano cucinare evitando qualsiasi soffritto, e soprattutto non dovevano fare nessunissimo rumorino dal di dietro. Le trattenevano tutto il giorno, alla sera rischiavano di scoppiare!!! Però il principe era tutto contento, e tutti i giorni le sue guardie giravano per le strade del regno annusando l'aria e portando in prigione tutti quelli che producevano odori non consentiti. Finché una notte, mentre dormiva, il principe fu svegliato di soprassalto da un rumore terrificante: era una scoreggia potentissima come un tuono, così forte che scoperchiò il tetto del castello!!! Arrabbiatissimo, ancora in pigiama, scese urlando per le strade: "Chi è stato? Voglio sapere chi è stato!!!!" Le sue guardie controllarono tutti gli abitanti uno a uno, me nessuno puzzava. Allora un servitore gli si avvicinò e tremando di paura bisbigliò: "Veramente, Altezza, l'unico che sembra puzzare è il vostro sedere regale". Allora il principe capì che era stato proprio lui a scoreggiare mentre dormiva, e si vergognò talmente tanto che tolse il divieto di puzzo. Da quel giorno, quel paese cominciò a puzzare talmente tanto che fu conosciuto in tutto il mondo come il regno del gorgonzola.
sabato 24 dicembre 2011
La scomparsa di Babbo Natale
[attenzione! Per i suoi contenuti questa filastrocca è inadatta a lettori di età inferiore agli 11 anni! Si declina ogni responsabilità per traumi psicologici derivanti da un utilizzo inappropriato di questa filastrocca...]
Non c’è più Babbo Natale!!!
C’è chi dice che sta male
è finito all’ospedale?
C’è chi dice che sta male
è finito all’ospedale?
Sono in sciopero le renne
o s’è perso tra le antenne?
E’ partito in vacanza
verso un mare tropicale?
Forse chiuso in una stanza
al buio pensa e ripensa
si sente così depresso
che l’arrosto gli par lesso…
S’è rotto una gamba o un piede?
S’è rotto una gamba o un piede?
A dirlo non ci si crede:
bimbe e bimbi son cresciuti
ormai sono più avveduti
undici anni li han compiuti
ed il conto sanno fare:
come farebbe a volare
per i tetti in tutto il mondo
ed in meno di un secondo
giù dal tetto, beve il latte
si trangugia anche un biscotto
dà il regalo, poi d’un botto
già riparte nella notte
e se i tetti son miliardi
non conosce mai ritardi
poi la slitta con le renne
neanche avessero le penne
a volar nel firmamento
e sai che bombardamento
dato il loro appetito
quando il fieno han digerito?
“Chi ci crede è un po’ citrullo…”
però crederci era bello!
E così ora Babbo è triste
dicono che non esiste…
"Accipicchia, non comprendo,
quasi quasi un po’ mi offendo…
finché un bimbo in me crede
ci sarà chi poi mi vede
così se non esistessi
non sareste più gli stessi.
Non sarò in carne ed ossa
anzi meglio, in carne e grasso
ma ho il peso dell’amore
e per questo so volare
e ho la forza di un pensiero
come i sogni… sono vero!"
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